Lacrime di produttività
Nel disegno di legge sulla stabilità presentato dal governo vi era un fondo per la produttività da 1,6 miliardi di euro annui per il biennio, per la copertura delle agevolazioni fiscali per i premi di produttività o analoghe misure che le parti sociali dovevano adottare nei contratti di lavoro. La cifra consentiva di mantenere in vita le agevolazioni temporanee adottate dal precedente governo Berlusconi per tali obiettivi.
9 AGO 20

Nel disegno di legge sulla stabilità presentato dal governo vi era un fondo per la produttività da 1,6 miliardi di euro annui per il biennio, per la copertura delle agevolazioni fiscali per i premi di produttività o analoghe misure che le parti sociali dovevano adottare nei contratti di lavoro. La cifra consentiva di mantenere in vita le agevolazioni temporanee adottate dal precedente governo Berlusconi per tali obiettivi. Date le critiche rivolte dai politici al governo tecnico, come quella di avere varato sopratutto misure per il rigore e di non avere destinato abbastanza risorse a politiche per la crescita, ci si poteva attendere che la commissione Bilancio aumentasse gli interventi fiscali a favore della produttività. E in effetti i due relatori, Renato Brunetta del Pdl e Pier Paolo Baretta del Pd, mercoledì avevano annunciato che lo stanziamento sarebbe aumentato di 800 milioni nel biennio. Ma giovedì, quando la legge di stabilità è arrivata in Aula, si è verificata una rapida contro manovra. Nel testo dell’emendamento inviato alla Camera i relatori hanno tagliato 250 milioni al fondo per la produttività per il 2013 destinandoli agli interventi per riparare ai danni delle alluvioni degli ultimi giorni. Così il fondo per l’anno prossimo scende nel complesso a 950 milioni, subendo dunque una riduzione del 21 per cento: una percentuale che generalmente è considerata estremamente elevata quando si operano tagli a spese non prioritarie.
E’ evidente che i rappresentanti dei due maggiori partiti in commissione Bilancio hanno obbedito al richiamo della sirena elettorale più che a considerazioni ponderate di politica sociale. Ciò presumibilmente su sollecitazione dei loro gruppi parlamentari e col consenso degli altri partiti. Il governo ha annuito, dato che il significato originario del testo non veniva stravolto. Palazzo Chigi spera ancora in un’intesa unitaria e di rilievo tra i rappresentanti delle parti sociali che, però, non possono più prendersela con i politici o con lo stesso esecutivo se con minori risorse sarà ancora più difficile accordarsi. La maggiore responsabilità ricade infatti sulle organizzazioni imprenditoriali (Confindustria soprattutto) e sui sindacati (Cgil in primis), che in due mesi non sono riuscite a raggiungere un accordo sui salari di produttività, come se questi benefici fiscali non fossero nel loro interesse. Hanno perso tempo, ora non piangano.